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Smirne 1922

Smirne 1922 Nel maggio 1919, un corpo di spedizione greco formato da 20.000 soldati sbarco’ a Smirne (Izmir), importante citta’ portuale sulla costa anatolica turca, la cui popolazione era per la maggior parte greca. Questa accolse i soldati come dei liberatori. Era l'inizio della guerra greco-turca. Il compito delle truppe greche, secondo gli accordi presi tra Grecia e le potenze vincitrici la Prima Guerra Mondiale ( Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti) era quello di "prevenire il massacro della popolazione cristiana dell'Asia Minore". Ma il principale obiettivo del governo greco era quello di ottenere vantaggi territoriali, che piu’ volte erano stati promessi dagli alleati alla fine della Guerra. Le potenze vincitrici vedevano, invece, l'impresa greca in funzione anti nazionalista turca (i Giovani Turchi di Mustafa Kemal si proponevano di creare un nuovo stato sulle ceneri dell’Impero Ottomano) e anti italiana, che da poco (1912) aveva occupato il Dodecanneso, l’arcipelago greco proprio di fronte alle coste dell’Asia Minore.

La guerra greco-turca durò tre anni, e per i greci fu una disfatta. Essi la ricordano con il nome di “Katastrofi’”, la Catastrofe. Dopo una vittoriosa avanzata verso il centro dell'Anatolia, sino quasi ad arrivare ad Ankara, le truppe elleniche dovettero infatti ritirarsi e lasciare in tutta fretta l'Asia Minore, seguite da un grande numero di profughi greci delle città della zona.
L’evento sicuramente piu’ tragico - e anche quello che incise piu’ di tutti nell’anima e nella coscienza ellenica - fu l’incendio di Smirne, come abbiamo gia’ detto la citta’ piu’ rappresentativa dell’Ellenismo in Asia Minore. In città si erano concentrati circa 200.000 profughi che speravano di poter raggiungere la Grecia via mare. Nel settembre del 1922 gli ultimi soldati greci fuggirono imbarcandosi e la città cadde in mano delle truppe turche in avanzata, affiancata da bande di irregolari. Dopo quattro giorni, Smirne fu data alle fiamme e i profughi greci si riversarono sulla spiaggia e sul molo del porto nel tentativo di sfuggire al fuoco, generando un’indescrivibile calca. L'intervento (da molti giudicato tardivo) di navi da guerra alleate americane e inglesi che da giorni erano ancorate di fronte alla costa porto’ in salvo la maggior parte dei profughi. Ma moltissime persone erano morte in città, tra gli incendi o travolti dalla folla, o uccisi dai soldati turchi o dagli irregolari. Dire quante persone persero la vita in quei giorni e’ impossibile, anche se la maggior parte delle stime parlano di circa 15.000 vittime.
Nel gennaio del 1923, il governo greco e quello del nuovo stato turco guidato da Mustafa Kemal firmarono un accordo che rese definitivo l’espatrio di questi profughi, stabilendo uno scambio forzato di popolazione tra la Turchia e la Grecia. Nel luglio 1923, con il Trattato di Losanna, firmato sotto l'egida delle potenze occidentali, si sanci’ definitivamente questo principio, dando inizio ad un esodo incrociato di popolazione tra le due nazioni, a seconda della loro religione.
In tutto, circa un milione e mezzo di cristiani ortodossi (in gran parte di lingua o origine greca, ma anche altre minoranze cristiane furono incluse nello scambio) furono allontanati dal territorio turco e trovarono rifugio in quello greco, mentre circa 800.000 musulmani lasciarono la Grecia per la Turchia (in realta’ alcune comunita’ turche sono ancora presenti nella Tracia greca). Ma il Trattato di Losanna non fece altro che prendere atto di una situazione gia’ esistente, in quanto la situazione politica aveva fatto si’ che gia’ la maggior parte della popolazione cristiana in turchia e musulmana in grecia fosse per forza di cose fuggita dalle loro case ed espatriata.
Di fatto, il Trattato determino’ la fine della millenaria presenza greca in Asia Minore. Questa operazione di pulizia etnica reciproca e concordata fu voluta da entrambe le parti (e dalle Grandi Potenze) con la speranza di dare stabilita’ all’area e ai rapporti tra nazioni.
Tuttavia, nonostante si fossero liberati molti territori con la partenza delle popolazioni musulmane, per la Grecia l’arrivo, l’insediamento e l’integrazione di un milione e mezzo di profughi costitui’ un problema enorme (si consideri che in quell’anno la popolazione era complessivamente di 4 milioni e mezzo).
La maggior parte di essi fu sistemata nella Grecia settentrionale ( nei territori conquistati durante le Guerre Balcaniche ), e fu necessaria una radicale riforma agraria per permettere lo divisione dei grandi latifondi in piccoli appezzamenti da assegnare ai nuovi arrivati. Non mancarono tensioni tra questi e i contadini che gia’ erano li’, che per quella riforma lottavano da anni e che videro in parte andare deluse alcune loro aspettative. Inoltre, ci furono problemi di integrazione dovute alle grandi differenze socio-culturali tra i greci europei e quelli asiatici. Questi ultimi erano si’ in condizione di grande indigenza, ma avevano maggiore cultura della maggior parte degli autoctoni (differenza sentita soprattutto fra le donne), modi di vita e tradizioni piu’ raffinate, idee generalmente piu’ aperte e progressiste in quanto provenienti da ambienti cosmopoliti. Inoltre, non tutti parlavano bene il greco: la maggior parte parlava una sorta di dialetto. Alcuni, addirittura, erano di lingua turca.
Gran parte di questi rifugiati non trovarono posto nelle campagne, e andarono ad ingrossare le fila del sottoproletariato urbano in citta’ come Atene o Salonicco, dove vivevano generalmente di espedienti. L’afflusso di tanti profughi fu quindi un grande dramma nazionale, anche se bisogna dire che tanti tratti distintivi della cultura e del costume greco come li conosciamo oggi si devono all’apporto degli elementi culturali e delle tradizioni che questi greci asiatici portarono con loro; si pensi a questo proposito al fenomeno del Rebetiko, la canzone popolare urbana greca (alcuni la definiscono “il blues” greco), nata dalla fusione di elementi autoctoni con forme compositive e sonorita’ tipiche dell’Asia Minore, che ha caratterizzato e segnato l’intero novecento musicale ellenico.


(nella foto: Smirne in fiamme)






roberto paulillo